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  1. Ascolto le stanze
    lasciate sole
    scricchiolare di rumori
    e vedo i suoi contorni
    nell’ombra piatta
    delle mattonelle in corridoio
    .






    Alessandro Moscè, critico, filologo e poeta marchigiano, nelle sue “Stanze all’aperto” ha assottigliato pareti fino a restituircele come tende leggere con vista sui luoghi dove si passeggia e ci si specchia. Una nuova raccolta uscita nel 2008, fedele ai rituali dell’osservatore, che persegue una poetica incalzata dal quotidiano: ma gli spazi e i tempi che nelle testate giornalistiche scandiscono cronache consunte, qui hanno mani e spirito, per questo quel “giugno di vento e di luce/riempie la domenica/apparecchia i tavoli dei ristoranti”.
    Il giovane autore testimonia una passione sobria ma malcelata dietro l’essenzialità delle figure, ora fisse e ora in fuga, di cui non è tuttavia geloso e porge alla carta senza lusinghe lessicali.

    L’unità di tempo e spazio porta in grembo campiture di stagioni alterne, immagini pacate e terse che scorrono sincopate in tutte le cinque sessioni del libro: Diario di mare; Diario di collina; D’amore e di altre cose; Lampi di fuoco e Istantanee. un’iride di dialoghi intuiti, didascalie esatte ma non convenzionali che scandiscono una sceneggiatura puntuale nella percezione e sfocata nel delineare dettagli. Come l’andare e venire dell’onda, così gli estremi opposti del reale confluiscono e si allontanano in un’armonia coerente con lo spostarsi apparentemente casuale del suo sguardo fedele alla vastità di acqua e terra che unisce Fabriano e Ancona. L’intero discorso poetico corregge traiettorie e ne traccia altre, binari e solchi dove viaggiano “Brevi ossessioni / rintanate / nel corpo che suda”. E si sa che ogni ossessione è una follia fertile, un nervo esposto per colpa di troppo amore, di perdite, di storie private che si fanno universali. E tutto è registrato come in uno dei vecchi videotape che scansano il caos e scaldano l’atmosfera, sul nastro la stessa tenerezza di un Montale davanti agli scorci di riflessione nei suoi paesaggi liguri.


    Chiara Ferrari
    |


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