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  1. Da teatro a cinema realista, o almeno verosimile: si abbandona l’onirismo di tanti corti del premio Emilia Romagna. Dopo Mefisto, è di nuovo il turno del Carani di ospitare uno dei premi dell’OZU Film Festival, con una giuria dai tanti bei volti femminili e sorridenti. Si tratta infatti del Circolo culturale Artemisia, forte della tempra artistica femminile che il nome evoca, e della passione dei suoi membri. La sera dell’11 Novembre la platea accoglie un pubblico discreto ed attento per la serie di corti all’insegna dell’Internazionalità, che si apre con House Party del rumeno Adrian Sitaru. Sorprende forse, dopo un titolo simile, non vedere scorrere immagini costellate di luci colorate e bottiglie. Niente bassi che rimbombano in sottofondo. La festa c’è già stata, è solo descritta da punti di vista diversi fino a comporre un 

    confuso puzzle, che basterà al giovane organizzatore dell’evento per prendersi una lavata di testa dalla madre, tornata da Bucharest e inconsapevole dell’accaduto. Almeno fino alle rivelazioni delle vicine e amiche. Essenziale, realista e divertente.


    Ma sarà il secondo in gara, in lingua francese, a toccare le corde delle giurate, rendendo giustizia al commento che ho appuntato dai primi fotogrammi introduttivi: “geniale”. Junior viene dalla Francia, ed è frutto della creatività e sensibilità della regista Julia Docornau. Premiato per la capacità di ritrarre e trasmettere le fatiche di un’adolescente un po’ fuori dagli schemi – si chiama Justine, ma per chi la conosce è sempre e solo Junior – fa sorridere, intenerire, pur focalizzandosi su una metamorfosi corporale ed emotiva raccontata senza mai scadere nel banale.
    Non mancano i temi caldi nemmeno nel terzo cortometraggio, The Curse, di Fyzal Boulifa, realizzato in lingua inglese ma ambientato in terra africana, dove la questione dell’emancipazione femminile ne permea le storie quotidiane, spesso teatro di tentativi di fuga. Analogo il caso di Fatine, che trasgredisce con mente e corpo, insenguendo il sogno di andarsene da quel posto, sogno denunciato dalle frequenti inquadrature su piedi in rapido e concitato cammino.
    Dal Regno Unito al Messico: lo schermo mostra ora le prime immagini di Fifteen di Liliana Torres, una toccante interpretazione dei quindici anni di una ragazzina costretta su una sedia a rotelle, nel giorno del suo compleanno. Nel suo abito da principessa, non rinuncia a ballare alla sua festa, né la sua condizione impedisce di sentirsi valorizzata o di ironizzare, come testimonia la battuta di spirito sul un possibile sport da praticare a conclusione del corto, mentre parla con una familiare.


    Scirocco, del finlandese Mikko Kuparien, è il film in assoluto con meno parole della serata, ma dal notevole impatto, al cui effetto contribuisce appunto il silenzio e l’attenzione ai gesti, agli sguardi, al rumore che fanno, si può dire, i pensieri di una donna che trova un bambino abbandonato. Un colpo di fulmine, l’inizio di una storia d’amore che non avrà una fine, ci si può scommettere, tanto che la giovane donna cambierà la sua vita. A partire da una cesta per giornali che, svuotata e riempita di un cuscino, diventerà la culla per il fagottino.

    Di bambini tratta anche Barbie, di Ali Asgari, che fa volare il pubblico in una città iraniana dove la protagonista è la piccola Sonyia. Incoraggiata dalla mamma, è entusiasta dell’imminente primo giorno di scuola, sistema le matite, si guarda allo specchio con lo zaino Barbie proibito dalle regole dell’istituto. Non è la sola cosa che la rattrista: davanti allo stesso specchio, guardandosi con la divisa obbligatoria, commenta “Sono brutta così”, fornendo con dolcezza una riflessione su quanto ancora sia ridotto lo spazio per la libertà estetica della donna, fin da bambina e fin dai banchi di scuola.
    The End, nemmeno a farlo apposta, conclude la rassegna. Diretto in terra Francese da Didier Barcelo, è efficace nel mostrare la distruzione interiore di un’attrice, Charlotte, quando scopre di essere stata cancellata da un suo film, che continua ad essere trasmesso con il volto di un’interprete nuova, giovane. Recitazione esemplare, ma finale banalmente realizzato, artificioso, in cui lei svanisce poco a poco nel nulla. Non risulta facile, in effetti, nonostante la credibilità e la qualità delle pellicole, riscontrare in molti finali una degna conclusione, in favore invece di una tendenza a “lasciare intendere”, espediente a mio avviso troppo semplice per concludere un’opera densa di senso.
    La ricchezza delle proiezioni della serata, sottotitolate principalmente da Luna Malaguti e introdotte nella serata, come sempre, da Enrico Vannucci, risiede nel loro essere state presentate in lingua originale: vale la pena lo sforzo del seguire il sottotitolo. Il doppiaggio è un’arte grande ma certamente toglie il sapore di autenticità alle scene.

    Chiara Ferrari
    Fotografia di Chiara Ferrari

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