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  1. appiccicata alla parete c’era una cartina con tutte le linee
    del Servizio Ferroviario Regionale – Regione Lombardia
    e in mezzo alla cartina qualcuno aveva scritto:“Grazie Martina che mi”[…]
    qualcuno ha scritto grazie a Martina che gli
    che l’ha
    che lo
    non so
    t’immagino bella Martina
    tutta ricciolina
    e il tuo innamorato
    di cui non sappiamo nulla
    non è riuscito
    a dirci
    che l’hai?che gli?che lo?

    (Ti amo ma posso spiegarti, G. Catalano, Miraggi ed. 2011 http://www.guidocatalano.it/)ti amo ma posso spiegarti_copertina


    Questa poesia è certamente una di quelle che mi ha fatto comprare un libro tempo tre giorni dopo averla letta. L’autore Guido, poeta e performer torinese che “porta in giro le sue poesie e la barba su e giù per l’Italia, divertendo e commuovedo le folle, specialmente le ragazze”: così recita una sintetica ma efficace biografia sul retro della bella copertina della raccolta successiva, Piuttosto che morire m’ammazzo, che richiamava silenziosa la mia attenzione dalla bancarella di Miraggi Edizioni, al BUK di Modena. Per chi ama il genere, non si può evitare di riconoscere lo stampo di un altro poeta contemporaneo, Michele Mari, e della sua raccolta Cento poesie d’amore a Ladyhawke, citazionistico, didascalico, e tormentato.Guido_Catalanodue).Con un’analoga originalità, Catalano sceglie un titolo d’amore, e che titolo, di quelli che non passano inosservati, che fanno ridere sotto i baffi anche gli anti-poetici, anti-romantici, ecc. Certo, la tendenza di abbattere cliché è più viva che mai oggi, e se questo Guido ne è soggetto, diciamo che lo sta facendo bene, nel raccontarsi buffo, ridicolo, goffo davanti al desiderio, e soggetto agli eterni dilemmi maschili sull’universo Femmina: “ho avuto più volte la certezza / che le borse delle donne /siano portali dimensionali /verso la sfera dell’entropia.”Tenerezza dissacrante ed esilaranti contorsioni linguistiche, in questa autobiografia sentimentale in poco più di cento pagine, dai titoli che sembrano film di Woody Allen e testi ricordano quelle canzoncine inventate che ci si canta fra se e sé, perché in pubblico ci si vergognerebbe. Schietto, in stile Bukowski, ma meno disilluso.E, sempre alla maniera celeberrimo Charles, forse eccessivo nel basso linguaggio colloquiale, ma questo è più che altro un complimento, dato che per la finezza sottile e divertente dei suoi lavori – sia dal punto di vista del lessico che dello stile – risulterebbero ugualmente espressive e contemporanee al punto giusto (cosa che non riesce a tutti, diciamo che ormai riesce proprio a pochi):- dimmi- hai gl’occhi inauditi- in che senso?- non ho mai udito nulla di simile- tu odi i miei occhi?- no, li amo- non odii, odi- sì l’odo- lodo?- non lodo, li odo. com’è possibile?- non so, mandano come una frequenza che captoNostalgico nella raccolta successiva, densa di amori finiti, parla forse alla stessa fanciulla quando dice:Io non so il corsivoNon so il trapanoIo non so le autoI caniNon so lo spartitoma li sapevo i tuoi occhiBeh, tutte vorremmo essere lei, in ogni caso. (E chiedo scusa per il miscuglio tra le due raccolte, non so proprio decidermi su una delle Se prima di dormire dunque vi venisse mai in mente di leggere un po’ di noiosa poesia per prendere sonno, non scegliete Catalano. Potrebbe far ridere, di un riso complice di pancia che fa alzare e accendere la tv, impacchettare i regali, ed altro. L’umorismo azzeccato e arguto di Catalano stimola la mente e il sorriso, anche nel quotidiano, anche nella noia domenicale che sembra non avere rivali. Davvero peccato che la poesia non sia roba troppo commerciale, lo sa anche lui, Guido, quando si interroga sul suo mestiere: “Una volta, quando mi dicevano che sta roba non è poesia rispondevo che anche Montale andava un sacco a capo. Non funzionava. Poi mi son convinto che non è poesia. Più che altro mi ha convinto il mio commercialista.”Per convincere invece che è proprio poesia, e per poesia intendo quella materia un po’ noiosa generata da chi sa usare come si deve le parole,  vale la pena citare la solenne e maestosa – a tratti megalomane – conclusione più o meno  autobiografica: “in caso di Giudizio Universale /sai che trip uscire dalla tomba / con Oscar Wilde a destra, Apollinaire a sinistra e che so / aiutare Édith Piaf a spostare la lapide / e andarcene a spasso insieme raccontandoci storielle/ comunque sia, per favore quando fra un centinaio d’anni tirerò le cuoia mettetemi accanto a Morrison che c’è più passaggio.”  So per certo che alcuni miei amici direbbero “Un genio, un genio”.


    Chiara Ferrari La recensione su Concretabook





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